Corporeità e quotidianità nell’esperienza analitica

di Giovanni Jervis
«atque», 8, 1993, pp. 33-42

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È inutile ricordare, e proprio su Atque, come la rivoluzione psicoanalitica ci abbia lasciato un sospetto sistematico sulle pretese di autotrasparenza della mente, il dubbio sull’autolegittimazione del l’io, la sovversione delle forme di buona fede correntemente accreditate dalle convenzioni sociali. Riprendendo un tema che si era già affacciato in Schopenhauer e in Nietzsche, da Freud in poi una interrogazione più pressante viene rivolta all’attore, impegnato nei mille ruoli della vita privata e delle convenzioni mondane: «Sei proprio sicuro di sapere perché fai quello che stai facendo? Che recita è la tua? Fermati un attimo, guardati! Le vere motivazioni dei tuoi atti sono quel le che tu esibisci con tanta tranquillità oppure sono altre, che tu non sai, o non vuoi riconoscere?». Continua a leggere ›

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I modi manipolativi della psicoterapia

di Mario Trevi
«atque», 8, 1993, pp. 15-32

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1.Precisazioni sull’uso del termine “psicoterapia”

A costo di rendersi tedioso e di rischiare pertanto il rifiuto preventivo e annoiato del lettore, chi scrive è costretto a ripetere qui -come premessa necessa­ria -quanto ha già detto in questa stessa sede , per­ ché solo meticolose e talvolta ovvie distinzioni pos­ sono rendere legittimo il discorso che segue.

Si inizierà pertanto precisando che, in queste note, viene assunto solo uno dei due valori semantici fon­ damentali assegnabili oggi al termine “psicoterapia”. Esso infatti, coniato nella seconda metà Continua a leggere ›

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I modi come cura

di Carlo Sini
«atque», 8, 1993, pp. 9-14

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I modi della cura, ossia: i modi come cura. Spero che questo stravolgimento del titolo, che fa da guida all’argomento del presente fascicolo, si riveli alla fine qualcosa più di un’ingenua stravaganza; magari un piccolo, non inutile, contributo al tema espresso dal titolo autentico.

A che allude lo stravolgimento? Grosso modo, alla terminologia filosofica spinoziana (i “modi”) e heideggeriana (la “cura”, o, ancora spinozianamente, le “passioni”). Potremmo dunque tradurne il senso cosl: ogni individuo, in quanto modo della natura sostanziale, o della vita universale, è essenzialmente “cura”, cioè passione, preoccupazione, pena, afflizione, affaccendamento e bisogno. Letto Continua a leggere ›

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Porte sull’ombra

di Franco Rella
«atque», 7, 1993, pp. 197-208

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I 

George Steiner , scrittore e filosofo di origine ebraica, professore a Ginevra e Cambridge, è autore di alcuni tra i massimi testi della critica della letteratura, dell’arte e della cultura di questa seconda metà del ‘900. Alla base del suo gesto critico è certamente la cultura ebraica in quanto, come lui stesso afferma in una intervista, “sete incessante di conoscenza, di trascendenza e di pensiero puro. Credo che l’Ebreo sia colui che, anche sulla soglia di una camera a gas, continuerebbe a correggere un testo. Alcuni rabbini lo hanno fatto. Corregge re un testo è interpretare Dio dicendoGli che si è fedeli a questo cancro del pensiero, a questa patologia dell’assoluto, che Egli ha messo dentro di noi, non si sa per quale motivo; è dirGli quanto questo ci sia costato”. Continua a leggere ›

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L’alterità e il mélange

di Marco Piazza
«atque», 7, 1993, pp. 177-196

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In un passo non molto noto del Diario moscovita Walter Benjamin ci rivela le affinità profonde che intercorrerebbero fra le intenzioni della sua opera sul dramma barocco tedesco e quanto Proust ha sostenuto in due celebri brani della Recherche. Muovendo da quel passo e tentando poi di metterne alla prova il contenuto teorico attraverso l’analisi dei brani proustiani, vorrei qui tentare di delineare, sia pur molto parzialmente, due forme di disincantamento dalle convenzioni e di rovesciamento dei codici psicologico morali e culturali in genere, quali sono in diverso modo quelle di Proust e di Benjamin. Tali forme rimanda no entrambe ad un pensiero della complessità e dell’interdipendenza degli opposti che istituisce o rivela un luogo dove il linguaggio ha a che fare con l’alteri Continua a leggere ›

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L’‘altro’ invisibile

di Elisabetta Pizzichetti
«atque», 7, 1993, pp. 167-176

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  1. L’ Invisibile 

Il mondo è la dimensione immediata dell’evidenza, della visibilità e della tangibilità. Come diceva Husserl: “Ci si mostra a tutta prima come evidenza di fatto, prima fra tutte e come apodittica, l’evidenza dell’esistenza del mondo” , o, con le parole di Merleau-Ponty, il mondo è “…questa possibilità di essere evidente in silenzio, di essere sottinteso” .

Ma, con la stessa evidenza e immediatezza, questa dimensione visibile si sdoppia, si accompagna con il suo contrario. Il “questo” si fa altro, ciò che aderisce ai nostri occhi e alle nostre mani lo fa al Continua a leggere ›

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L’‘altro’ tra differenza e pluralità

di Baldassarre Caporali
«atque», 7, 1993, pp. 155-166

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La parola differenza viene oggi usata, al di fuori dei contesti teorici nei quali è stata elaborata, con una varietà di accezioni che la connotano in relazione ad una molteplicità di fatti umani e sociali. In essi si rivela un’attesa di redenzione che assegna, alle qualità possedute da quei soggetti definiti da qualche “differenza”, una carica di assolutezza capace di risvegliarli all’azione.

Ciò comporta coerentemente che il fondamento di tali differenze si presti ad offrire spunti culturali a coloro che si raggruppano in associazioni che hanno la propria legittimità in un qualsiasi tratto distintivo capace di unire piccole collettività. Una volta trovatolo in appartenenze che trascendono la sfera degli orientamenti al valore riposanti sulla coscienza, esso dispiega una forza costrittiva Continua a leggere ›

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La negazione e l’‘altro’

di Rino Genovese
«atque», 7, 1993, pp. 145-154

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Il nesso tra i concetti di negazione e di ‘altro’ emerge anzitutto dalla selettività all’opera nella percezione -e già nella sua dimensione prelinguistica, in quella che Husserl chiama l”esperienza antepre dicativa”. Nell’ambito di questa esperienza -che è un’esperienza recettiva, passiva, al di qua di ogni kantiana sintesi dell’intelletto – il lato in ombra delle cose viene tutt’al più presentito, senza che sia ancora possibile determinarlo precisamente. Dentro questa pura se lettività vale il principio omnis determinatio est negatio: non c’è selezione, infatti, senza che vi sia un questo che sta nel cerchio dell’ attenzione, ossia in primo piano, e un quell’altro che invece va sullo sfondo. Se osservo il libro che ora è sul tavolo, posso vederne la copertina e due lati, ma non il retro, la costola e il lato Continua a leggere ›

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Realtà e possibilità di un incontro

di Marino Rosso
«atque», 7, 1993, pp. 133-144

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Quando i Taìno  incontrarono quei marinai europei e il loro capitano su una spiaggia delle Antille nell’ottobre del 1492, si interruppe una separazione durata migliaia di anni. I paleoantropologi non sono in grado di dirci quante, ma sanno che si tratta un numero dell’ordine delle decine. Non sarà un’offesa alla verosimiglianza figurarci il momento iniziale di quella separazione: due piccoli gruppi di umani, in qualche luogo preciso del Vecchio Continente, forse dell’Africa, che si allontanano tra loro perdendosi letteralmente di vista. Forse erano due parti di uno stesso gruppo e le loro fattezze non erano neppure lontana mente caucasiche o mongoliche o altro che rientri nelle nostre classificazioni, e quello che possiamo chiama re il loro linguaggio non assomigliava a nessuno dei linguaggi Continua a leggere ›

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Perversione e caduta dell’alterità

di Sandro Candreva
«atque», 7, 1993, pp. 123-132

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Dal punto di vista di chi ha a che fare quotidianamente con la psicopatologia, il fenomeno della pornografia testimonia pubblicamente di quale sia lo statuto dell’oggetto nel desiderio che si suole definire perverso.

Il punto di vista storico-sociale, per parte sua, svolge una funzione di riferimento indispensabile per collocare il fenomeno sullo sfondo di quel senso comune che alimenta terrestremente anche il più alato degli specialismi. Continua a leggere ›

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