Ragione critica, razionalità scientifica, relativismo

di Luigi Lentini
«atque», 8, 1993, pp. 181-200

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1.   La scienza come doxa

L’epistemologia contemporanea è post-epistemica. Se si prescinde infatti dal “primo” neopositivismo -il quale, rifacendosi al Tractatus di Wittgenstein , ritiene ancora che il sapere scientifico è costituito da sistemi di proposizioni indubitabili e definitive, che «ogni scienza, intendendosi con questo termine il sapere scientifico, e non gli accorgimenti umani che si richiedono per attingerlo, è un sistema di conoscenze, cioè di proposizioni empiriche vere» (Schlick) , e che «il fine della scienza consiste nel trovare e nell’ordinare gli asserti veri intorno agli oggetti della conoscenza» (Carnap) – si può certa mente dire che la teoria contemporanea della scienza afferma il carattere ipotetico delle proposizioni scientifiche, siano esse le più astratte e generali leggi esplicative, che i più Continua a leggere ›

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Davidson, Freud e i paradossi dell’irrazionalità

di Alessandro Pagnini
«atque», 8, 1993, pp. 153-180

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Hobbes diceva che l’uomo “ha il privilegio dell’assurdità”; Pascal, similmente, riteneva che “gli uomini sono cosi necessariamente pazzi che il non essere pazzo equivarrebbe a esser soggetto a un altro genere di pazzia”. Spesso si è stati tentati di definire la specificità della mente umana attribuendole il carattere peculiare dell’incoerenza nelle credenze, della non consequenzialità dei giudizi, dell’inconsistenza tra intendere e agire: in una parola, attribuendole il “privilegio” (invero scomodo e problematico) del l’irrazionalità. Ma che le si attribuisca o meno un valore definitorio e caratterizzante, l’irrazionalità è comunque oggi al crocevia di molteplici interessi. Etologi, psicologi, sociologi, economisti, “games theorists”, filosofi, logici (soprattutto quelli che si occupano di Continua a leggere ›

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Di alcune orme sopra la neve

di Sergio Manghi
«atque», 8, 1993, pp. 145-152

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La nostra lotta per divenire responsabili

la combattiamo contro un essere masche­

rato. La maschera dell’adulto si chiama

”esperienza”. Continua a leggere ›

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Il mondo della cura nel servizio psichiatrico territoriale

di Vieri Marzi
«atque», 8, 1993, pp. 133-144

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Prima di parlare della cura dobbiamo identificare lo scenario in cui si svolge: il Servizio Psichiatrico Territoriale (SPT), che non è una istituzione antica, né una istituzione nuova, ma è una istituzione “inventata” ; una istituzione, cioè, che è collegata in un legame epocale, provvisorio e dialettico, all’istituzione “negata” , cioè alla “rivoluzione” psichiatrica italiana degli anni ’60-’70: legame dialettico per ché la negazione istituzionale era già costruzione nel la decostruzione.

Il vincolo che lega la psichiatria del territorio al la chiusura dei manicomi è la deistituzionalizzazione, intesa, oggi, come pratica della prevenzione della do manda di internamento. La psichiatria del Continua a leggere ›

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‘Curare’ o ‘prendersi cura di’. Un dilemma psichiatrico della responsabilità esistenziale

di Bruno Callieri
«atque», 8, 1993, pp. 121-132

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È questa una domanda che, a prima vista, appare contraddittoria, quasi assurda, animata dall’ingenua o proterva pretesa di invadere, maldestramentee, campi eterogenei. Ma a me pare che un tale quesito, con le sue implicazioni ardite e forse utopiche, sia reso possibile e giustificato dal riconoscimento, perentorio, di una condizione: l’intimo rapporto tra esistenza e situazione, tra Daseinsanalytik e Daseinsa nalyse (Callieri, 1952). Va subito detto che questa endiadi assume di per sè la forma della problematicità: solo questa può indicare e illumi­nare il rapporto fra esistenza e situazione, per esempio, fra “avoidant structure o/ personality” e assunzione hic et nunc di un’incalzante e scottante decisione, di un’opzione comunque lacerante, giocata fra coerenza esistenziale di Continua a leggere ›

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La psicoterapia e il modo indicativo

di Giuseppe Maffei
«atque», 8, 1993, pp. 105-120

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L’infinito

Giorgio era un signore trentenne che lamentava, prevalentemente, un continuo disadattamento sui luoghi di lavoro dovuto, a suo dire, ad un’ incontenibile violenza verbale vissuta, da un lato, come coatta ma dall’altro anche esibita e oggetto di autocompiacimento. Si trovava sempre in lite con tutti, perché, con tutti, nascevano sempre equivoci e questi accadevano perché nessuno, secondo lui, arrivava a comprenderlo: molti degli equivoci in cui cadeva erano comunque legati al fatto che gli altri prendevano sul serio le sue parole e pretendevano che lui fosse con seguente a quanto aveva Continua a leggere ›

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Il sapere nel gioco linguistico della cura. Un excursus attraverso l’opera di Freud

di Andrea Vaccaro
«atque», 8, 1993, pp. 89-104

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Leggendo l’opera di Freud da una prospettiva wittgensteiniana , si può ricevere l’impressione di imbattersi costantemente in uno speciale gioco linguistico: quello della cura. Le proposizioni di Freud appaiono, cioè, avere la funzione di curare o, limitroficamente, di cercare una cura, di convincere a guarire (modificarsi), di insegnare a curare. Per attuare un gioco linguistico occorre che taluni elementi della proposizione acquisiscano una speciale fruizione grammaticale e semantica. Nel gioco linguistico della cura questa sorte ricade, in làrga misura, sul concetto di “sapere” o, con maggiore esattezza, sulla costellazione di termini quali “sapere”, “conoscere”, “ignorare”, “disconoscere” . Fra cura e sapere, non a caso, nella psicoanalisi freudiana, esiste idealmente una Continua a leggere ›

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L’ambiente della cura

di Cesare Maffei
«atque», 8, 1993, pp. 73-88

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Solo perché l’essere-nel-mondo è essen

­ zialmente Cura fu possibile, nelle prece­

denti analisi, caratterizzare come prendersi

cura l’esser presso l’utilizzabile e come Continua a leggere ›

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Interrogativi attuali sulla cura

di Antonio Alberto Semi
«atque», 8, 1993, pp. 67-72

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Curare, aver cura, prendersi cura di, preoccuparsi, naturalmente, cioè occuparsi prima che se ne occupi un altro; la questione della cura, se l’analisi sia una cura o meno, nel senso di una terapia o in che altro senso. Domande non prive di senso, ma certamente da collocare nel loro contesto, per poterle apprezzare anziché disprezzare. Perché certo sarebbe fuori luogo e senza senso domandarsi se l’analisi sia una cura -nel significato più comune del termine -quando ovviamente il dato reale è che la domanda di analisi è domanda di cura, che solo la sofferenza ed il desiderio di trovare altre modalità di essere possono motivare a curarsi, a rivolgersi ad uno psicoanalista, a investire tempo, danaro, fatica, emozioni in una pratica frustrante. Sarebbe fuori luogo e sarebbe anche sadico e Continua a leggere ›

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Attraverso il dire

di Paolo Francesco Pieri
«atque», 8, 1993, pp. 43-66

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Due o più persone che conversano, sono state raffigurate negli ambiti più diversi e sin dai tempi più lontani. È dalla Grecia antica sino ad oggi che la for ma letteraria del dialogo è stata una presenza costante nella poesia e nella prosa, nella tragedia e nella filosofia. Il lettore ricorderà il suo comparire nella poesia epica e nella lirica corale, nella poesia drammatica e nella tragedia. Dopo Eschilo, Sofocle ed Euripide, fu Erodoto che adottò il dialogo nella prosa storiografica. Platone, invece, gli diede in filosofia il più ampio spazio.

Sono posteriori a quelli già ricordati, i dialoghi di Luciano di Samosata. In epoca ellenistica anche l’idillio, ripreso poi da Virgilio nelle egloghe, assunse spesso una forma dialogica. A Roma, sarà Continua a leggere ›

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