Immaginazione e realtà

di Carlo Sini
«atque», 12, 1995, pp. 17-24

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  1. Far differenza tra l’immaginazione e la realtà è da sempre un problema per il filosofo, mentre lo è molto meno per il senso comune. Sul piano del senso comune non ho problemi a riconoscere che le cose che immagino non sempre sono reali e che vi sono cose che non sono in grado di immaginare affatto. Nel 1’esprimermi in questo modo ho l’impressione di sa pere benissimo che cosa intendo per “realtà” e per “immaginazione”. Guai però (come diceva Agostino del tempo) se voi mi chiedete di rendere esplicito questo sapere: allora ciò che mi era chiarissimo si oscura e ciò che era sufficiente per intenderci diventa insufficiente per capire davvero.

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Antropologie trasformazionali e filosofie diadromiche

di Sergio Piro
«atque», 11, 1995, pp. 177-195

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Invita e in morte ebbe Antigone il destino dei semidei.

Sofocle, Antigone.

  1. Le an­tropologie trasformazionali

L’antropologia trasformazionale si è costituita gradatamente come possibile campo unitario della conoscenza del mondo degli eventi umani e delle loro tra sformazioni, come risultato cioè di una Continua a leggere ›

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Il bambino davanti allo specchio: l’interazione e la costruzione del sé

di Monica Toselli e Paola Molina
«atque», 11, 1995, pp. 149-176

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Intendiamo presentare alcune osservazioni sul Sé, studiato in una situazione molto specifica e particolare: il riconoscimento di sé che avviene nel bambino piccolo, allo specchio.

Riconoscendosi allo specchio il bambino manifesta in modo inequivocabile la raggiunta consapevolezza che quanto vede riflesso, soprattutto il volto, è il proprio volto. Questo traguardo sta a significare una forma in realtà matura e complessa di rappresentazione della propria identità.

Valutare in tali termini il riconoscimento allo specchio presuppone un’interpretazione del termine Sé che richiede qualche precisazione. Continua a leggere ›

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L’esperienza del sé

di Adriano Fabris
«atque», 11, 1995, pp. 137-148

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Dire di due cose che esse sono identiche

è un non-senso; e dire di una che essa

è identica a se stessa, dice nulla

(Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.5303) Continua a leggere ›

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Il labirinto del sé

di Stefano Fissi
«atque», 11, 1995, pp. 115-136

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  1. L’albero del Sé 

La psicologia del profondo ha assistito recentemente alla inarrestabile diffusione, all’interno del suo campo conoscitivo, dell’uso del termine Sé e alla sua sempre ulteriore specificazione, nel senso di diversificazione delle significazioni da esso di volta in volta sottese. Il Sé, comunque sia, fa riferimento ad una “experience distant theory” , ad una costruzione concettuale di elevato livello di astrazione e quindi diffìcilnente verificabile e falsificabile: trattasi di costruzioni congetturali, in cui le ipotesi iniziali sono tali cioè da orientare la scelta e l’interpretazione dei dati osservati, e perciò Continua a leggere ›

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Resonabilis Echo. La coscienza come spazio metaforico

di Fabrizio Desideri
«atque», 11, 1995, pp. 93-114

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«Nella mente di ogni persona normale – osserva Marvin Minsky – sembrano esservi certi processi che chiamiamo coscienza. Di solito riteniamo che essi ci consentano di sapere che cosa accade nella nostra mente. Ma questa reputazione di autoconsapevolezza non è molto ben meritata, perché i nostri pensieri coscienti ci rivelano pochissimo di ciò che li genera»!. Il paragone che, nel testo, segue questa riflessione è istruttivo. Secondo Minsky, la nostra ignoranza circa il rapporto tra il pensiero cosciente ed un’azione molto semplice come muovere dei passi in una direzione o nell’altra assomiglia all’ignoranza dell’autista circa il funzionamento del motore della macchina che sta guidando. Ma in quest’ultimo caso – si potrebbe osservare -le due funzioni: quella del comune autista e Continua a leggere ›

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‘Sono io, questo?’ Ovvero, il Selbst nel pensiero di C. G. Jung

di Paolo Francesco Pieri
«atque», 11, 1995, pp. 73-92

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Tratto esplicitamente dalla filosofia orientale, il Selbst ricorre nel pensiero di C.G. Jung per denominare l’insieme complesso dei fenomeni psichici, per cui si può dire che in generale il termine riunisce gli oggetti dell’esperienza (e quindi tutti i fenomeni della coscienza ossia i contenuti e i fattori coscienti), e insieme a questo presuppone ciò che in quell’ambito ancora non c’è (e quindi tutti i contenuti e fattori dell’inconscio, ovvero tutti quei fenomeni di quella parte della psiche rimasta, per la coscienza stessa, ancora inconoscibile e non delimitabile). Nell’intera letteratura junghiana e già negli stessi volumi delle Opere pubblicate in lingua italiana, moltissimi risultano gli usi del termine ma le definizioni che esso di volta in volta apre, possono es sere così raggruppate e distinte: 1. Continua a leggere ›

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L’identità come relazione

di Italo Valent
«atque», 11, 1995, pp. 53-72

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1. L’identità attorno a cui qui s’intende argomentare, pur attraverso un consistente sfocamento del tema, si riferisce all’esperienza umana. E anzitutto a quel precipitato della nostra esperienza che solitamente designamo con il nome di “persona”. Il concetto di persona è venuto affermandosi, come ben si sa, qua le presupposto canonico tanto nei giudizi che decidono del conferimento-adempimento di ogni forma di responsabilità quanto nell’analisi tesa a determinare le condizioni ultime di ogni possibile processo cognitivo ed emotivo. Più in generale ancora, vi si trova stampata la rappresentazione del principio (inizio e insieme fondamento) di ogni atto umano oggettivamente e soggettivamente rilevante – la rappresentazione di un vero e proprio motore immobile, di Continua a leggere ›

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Identità

di Giovanni Jervis
«atque», 11, 1995, pp. 45-52

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Vorrei in queste righe limitarmi a esporre, in modo schematico, quali mi sembrano essere i contorni generali del tema psicologico dell’identità. L’argomento meriterebbe peraltro di essere trattato nei suoi aspetti più complessi e problematici, ma per fare questo ho l’impressione che occorrerebbe saltare subito dal livello d’impegno di un breve articolo alle dimensioni di un volume, e neanche così smilzo. Per alcuni anni dedicai al tema una fetta dei miei corsi e seminari universitari: ne è anche uscito un libro, Presenza e Identità (Garzanti, Milano, 1983), certamente non esauriente e che ora riscriverei, penso, in modo già un po’ diverso. Continua a leggere ›

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Violenza e menzogna dell’autocoscienza

di Vincenzo Vitiello
«atque», 11, 1995, pp. 25-44

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Chi dice “cogito ergo sum”? Chi può dirlo? È possibile deciderlo solo se si determina prima che cosa significa “cogito”.

Ricorriamo al classico esempio cartesiano: sono accanto al camino, la legna arde, sento il calore del fuoco. Svegliandomi mi accorgo d’aver sognato: sono a letto, e il calore, che le coperte impediscono si disperda, è del mio corpo e non vien’e da fuori. Pertanto, se cogitare è questo “accorgersi”, se cogitare è distinguere la veglia dal sonno e dal sogno, allora cogitare non è sentire. Per dire “cogito”, debbo esse­re capace di riflessione. Cogitare è piegarsi sul proprio sentire, distinguendo ciò che è da ciò che non è, ma sembra soltanto. Continua a leggere ›

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