Coscienza plurale

di Paolo Francesco Pieri
«atque», 16, 1997, pp. 7-10

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Questo fascicolo di «Atque» propone la problematicità di una ricognizione della coscienza: e cioè dei significati di questa parola, e delle teorie e spiegazioni di questo oggetto, all’interno di quei programmi di ricerca sulla mente, che si sono andati moltiplicando nei variegati ambiti della psicologia e della filosofia, e non soltanto in essi (prima fra tutti gli altri, la fisica).

La coscienza, come si sa, era già stata riscoperta come oggetto le gittimo di studio dalle prospettive teoriche sorte in questi anni sessanta, ma ancora oggi – in questa speciale fin de siècle -non è suffi cientemente conosciuta, e da più parti è messa in dubbio la sua esistenza o ci si chiede quale tipo di esistenza attribuirgli (si pensi, tra l’altro, che il termine “coscienza” non esiste in alcune lingue non Continua a leggere ›

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Il problema dell’autodeterminazione: Freud, Hegel, Kierkegaard

di Ernst Tugendhat
«atque», 14-15, 1996, pp. 231-260

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Nella discussione seguita all’ultima lezione si è visto come le mie interpretazioni di Wittgenstein sono ben lontane dall’essere sufficienti per comprendere i predicati-φ. Al termine della lezione avevo accennato al fatto che anche le azioni sono degli stati-φ, e mi era stato chie­ sto come si conciliava questo con il fatto evidente, che si può avere coscienza di fare qualcosa sebbene non la si faccia: ad esempio uno può dire, senza essere insincero, “io sollevo la mia gamba sinistra” e poi constatare che la gamba non si solleva.

Questa obiezione riguarda non solo le azioni, ma anche i movimenti: anche i movimenti di una persona sono stati-φ, se il criterio per definire uno stato-φ è quello che chi si trova in quello stato pos Continua a leggere ›

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Per un concetto formale di libertà

di Andrea Zhok
«atque», 14-15, 1996, pp. 209-230

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Poche parole si sono prestate ad usi così difformi ed ambigui quanto iltermine “libertà”. In epoca moderna e contemporanea, sulla scorta dei progressi e successi delle scienze, il termine “libertà” è spesso divenuto voce retorica di protesta contro un quadro ontologico determinato dal potere predittivo della scienza; come tale la libertà ha assunto generalmente un’accezione più delimitata, priva di pretese ontologiche, legata a fattori quali l’autodeterminazione politica o l’interiorità religiosa. Il nostro tentativo nelle seguenti pagine è quello di suggerire, attraverso un sommario confronto con due luoghi critici interni alla scienza, una ricollocazione ontologica della nozione di li bertà, che superi il ghetto politico-religioso in cui frequentemente è costretta, per approdare ad una rinnovata Continua a leggere ›

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Dialogo, confutazione, dialettica

di Paolo Francesco Pieri
«atque», 14-15, 1996, pp. 189-208

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Il concetto di dialogo

1. Nella letteratura junghiana, la parola “dialogo” indica la capacità dell’uomo di vivere in relazione con se stesso e con il mondo, in riferimento al fatto che uomo e mondo esistono veramente nella misura in cui sono in relazione tra loro.

Per la maggior parte delle teorizzazioni junghiane, il dialogo è il modo essenziale in cui la psiche viene all’espressione, e quindi il modo più proprio con cui si dà la psicologia – nel suo essere discorso Continua a leggere ›

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L’ascolto e l’ostacolo

di Fausto Petrella
«atque», 14-15, 1996, pp. 155-188

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Al giovane collega che inizia a frequentare le istituzioni della psichiatria e mi chiede qualche consiglio su come deve comportarsi, suggerisco sovente: “Non metterti subito a fare delle cose; anziché cercare di ‘inserirti’ immediatamente, cerca di ascoltare”. Il consiglio equivale a dire: “Guardati in giro, e non guardare solamente nelle di rezioni prescritte”. L’indeterminatezza del suggerimento, e anche la sua evidente paradossalità, è ciò che lo rende utile e caratteristico: significa “non fissarti su nulla di predefinito, cerca di cogliere il funzio namento dell’insieme senza pregiudizi”. E ancora: “Permetti all’esperienza multiforme di venirti incontro, non selezionare frettolosamente ciò a cui va prestato orecchio, non prefigurare nulla, ma avverti che stai imboccando una strada anziché Continua a leggere ›

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Intermezzo sul significato

di Alberto Peruzzi
«atque», 14-15, 1996, pp. 131-154

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Due punti di vista insaturi

Le teorie del significato possono essere distinte in due classi, a seconda che adottino un punto di vista esterno o uno interno al sistema di rappresentazione che si suppone correli le espressioni linguistiche a ciò che esse denotano.

Nelle teorie che adottano il primo punto di vista (le teorie “esternaliste”), il riferimento (fissato social mente o in altro modo) è la componente primaria del significato, i vincoli ambientali giocano un Continua a leggere ›

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Il colloquio di ricerca tra conversazione e colloquio clinico

di Chiara Nicolini
«atque», 14-15, 1996, pp. 109-130

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Il mio interesse al problema se si possa insegnare il colloquio risale ad una decina di anni fa, quando mi accorsi che il colloquio come strumento di indagine era molto usato ma molto poco insegnato agli studenti di Psicologia. Iniziai così a condurre dei seminari di training al colloquio (con una ventina di studenti) all’interno dell’insegnamento di “Psicologia Dinamica”. Inizialmente ogni studente era da me singolarmente intervistato sullo stesso argomento di ricerca che egli avrebbe poi indagato con altri soggetti. I colloqui condotti con gli studenti venivano poi discussi all’interno del gruppo con particolare attenzione alle aspettative e alle reazioni emotive che gli studenti avevano provato durante il colloquio; veniva così messo in luce come un argomento di ricerca anche Continua a leggere ›

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L’attualità come vincolo interpretativo

di Maria Ilena Marozza
«atque», 14-15, 1996, pp. 91-108

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Non ode, o ode in modo sbagliato,

solo colui che ascolta costantemente se stesso.

H.G. Gadamer

 

Vorrei iniziare queste brevi considerazioni sul colloquio clinico con un’osservazione che mi sembra un truismo, ma che forse merita di essere sottolineata, e cioè che il colloquio clinico, avendo Continua a leggere ›

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Il dialogo ermeneutico per Gadamer

di Amedeo Marinotti
«atque», 14-15, 1996, pp. 71-90

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A proposito di nessi e di mediazione ermeneutica

 

La pubblicazione dei seminari di Zollikon, in cui Heidegger ribadi sce, in effetti contro Binswanger, la distanza fra l’ontologia fonda mentale e la psichiatria, sembra aver convinto che non basta soffer marsi su singoli aspetti di una ricerca, ma che occorra considerarla nel suo complesso, ed anche dare ascolto al suo autore.

Gadamer, secondo la fortunata espressione di Habermas, ha “urbanizzato l’ermeneutica”; infatti l’ha restituita al linguaggio comune, mentre l’ermeneutica heideggeriana dell’essere, nei suoi esiti Continua a leggere ›

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Dialogo, scienze, verità

di Sebastiano Ghisu
«atque», 14-15, 1996, pp. 39-70

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Il concetto di verità è un campo di battaglia. Esso ha costituito la spazio di lotte incruente, dibattiti, polemiche. Riflesso, talvolta, di conflitti aspri e violenti che altrove mietevano vittime e generavano carnefici.

Quella battaglia sembra tuttavia cessare, o forse è già cessata, senza che vi siano né vinti né vincitori, senza l’efficacia di un accordo che sancisca il raggiungimento di un avvenuto consenso.

Le forze in campo paiono piuttosto aver esaurito le proprie energie o utilizzare delle armi ormai usurate dal tempo. E ciò, nonostante siano state costan temente riparate o rinnovate di continuo. Continua a leggere ›

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