Prospettive cliniche dell’intenzionalità

di Mauro La Forgia
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 297-322

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In analisi con Mario Trevi 

Lavorare con Mario Trevi ha comportato il fatto di accettare che l’analisi non fosse soltanto esplorazione dell’inconscio o interpreta zione del transfert; utilizzando uno dei termini che Trevi stesso – tra il serioso e il sornione – pescava tra i plessi della lingua italiana, l’analisi con Trevi è stata psicagogica.

Il lavoro terapeutico era di continuo animato e ampliato da presenze letterarie, da spunti filosofici o da richiami di storia delle idee; a volte, ci si accaniva sul diverso impatto conoscitivo da attribuire Continua a leggere ›

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La forza teorica del complesso. Modernità e specificazioni

di Amedeo Ruberto e Roberto Manciocchi
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 269-296

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1. Posizioni

 

Ho avuto recentemente in cura una paziente isterica

il cui trauma principale dipendeva dal fatto

che il padre laveva brutalmente bastonata.

Durante una passeggiata ilmantello le cadde nella polvere […]. Continua a leggere ›

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Il paradigma dialogico nella conoscenza e nella cura psicologica. Considerazioni sul pensiero di Mario Trevi

di Paolo Francesco Pieri
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 237-268

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C’è […] da domandarsi se l’analisi, questo prodotto

quasi casuale della psicologia del nostro secolo,

non debba […] proporsi come semplice modello paradigmatico

dell’incontro umano suscitatore di arricchimento psichico, Continua a leggere ›

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Un passato che non passa. Bachelard e la fine dell’abitare

di Stefano Catucci
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 219-234

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Dobbiamo porci di fronte allo spaccato di un edificio

e fornirne una spiegazione:

il piano superiore è stato costruito nel XIX secolo,

il pianterreno è del XVI secolo e un esame più minuzioso della costruzione Continua a leggere ›

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‘Pensare dialetticamente e non dialetticamente a un tempo’. Quindi ‘rompere’ (con) questo stesso tempo

di Paulo Barone
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 205-218

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  1. Quando si parla di identità (delle opposizioni) si tocca una figura che attraversa da cima a fondo l’intera tradizione culturale. Le variazioni su questo tema sono state molteplici: indistinto momento totale e panico della natura, essere in assoluto, Nulla, unità senza contrasti, fusione confusionale e indifferenziata, Uno fuori da tutto, Uno dentro tutto, en-kai-pan, e così via. Ciò che preme qui sottolineare, però, non è tanto il valore che di volta in volta gli è stato asse gnato in determinate configurazioni – se si sia trattato di un ‘luogo’ da cui fuggire soltanto oppure al quale fare ritorno il più presto possibile, se abbia occupato un posto letterale oppure soltanto metaforico, ecc.. Quanto piuttosto il fatto che l’identità sia stata generalmente trattata dando per scontato che una distanza da essa fosse senz’altro possibile. Ciò che è qui in questione, in altri termini, è che l’identità sia stata per lo più pensata in funzione di un’apertura cui essa avrebbe dato origine, in funzione di un movimento di allontanamento da essa. L’identità rimaneva così localizzata, dando simultaneamente spazio a qualcosa di relativamente altro da lei. In questo senso si è sempre parlato di ‘identità’ e ‘differenza’, di ‘stesso’ e ‘altro’, di ‘uno’ e ‘due’, e quindi di intemporalità e tempo, di inconscio e coscienza, di essenza ed esistenza e via discorrendo. Impossibile, alla fin fine, rinunciare all’uno o all’altro dei due termini messi in coppia. In una simile struttura polare della realtà acquista senso solo ciò che si muove e si mantiene tra i due lembi, che sa passare dall’uno all’altro, senza identificarsi né con l’uno né con l’altro. Non a caso la categoria che ha assunto un peso sempre maggiore è quella della rela­zione: relatività di tutto con tutto.

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Le figure etiche dell’esperienza analitica

di Luigi Aversa
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 197-204

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La sincerità senza limiti che viene richiesta

come condizione maggiore e indispensabile al paziente

non sarebbe che morbosa passività o compiaciuto e pigro arrendersi

alla più facile delle modalità di colloquio Continua a leggere ›

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Le due metafore istitutive della psicoterapia di orientamento junghiano

di Enzo Vittorio Trapanese
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 165-196

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Il ruolo euristico delle metafore

 

A partire dagli anni Sessanta del XX secolo, l’epistemologia ha accettato di «fare i conti con il ruolo di una figura retorica propria della linguistica, della poetica e del testo letterario», ossia con il ruolo che la metafora sembra svolgere nei processi di costruzione, revisione e cambiamento delle teorie e dei concetti scientifici. Inoltre, non solo epistemologici e filosofi di vario orientamento, ma anche studiosi appartenenti ad altri campi disciplinari (quali la psi colinguistica, l’antropologia, la semiotica, la psicoanalisi, la sociolin guistica, ecc.) interrogano oggi sempre più frequentemente la Continua a leggere ›

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La clinica tra modello e metafora

di Maria Ilena Marozza
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 139-164

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  1. In questo contributo vorrei sintetizzare alcune linee di ricerca scaturite dal confronto con il pensiero e la personalità di Mario Trevi. Queste linee convergono, nella mia esperienza, su un vertice, costituito da una riflessione sulla necessità di formulare una teoria della clinica difrontiera, nella zona di confine tra pensiero psicoana litico e pensiero fenomenòlogico. Per me, di formazione medica, l’incontro con Trevi ha rappresentato un continuo stimolo a mettere alla prova e a rielaborare il principio stesso a fondamento dell’analisi junghiana, continuamente modulata dalla consapevolezza del ricercatore di essere contemporaneamente soggetto e oggetto della propria ricerca conoscitiva. In Trevi questa consapevolezza ha preso forma nelle due grandi immagini del discorso della e sulla psiche. Il suo stimolo è sempre stato volto a riflettere sull’inevitabilità del mettere in gioco la soggettività come strumento di conoscenza, ma nello stesso tempo a riconoscere, rispettare e ascoltare con la massima cura l’alterità che fonda la relazione analitica. Trevi è sempre stato lontanissimo da tentazioni soggettivistiche: la sua profonda formazione fenomenologica gli ha consentito di affrontare la crisi dei fondamenti naturalistici del pensiero psicoanalitico, freudiano e junghiano, in modo del tutto diverso dalle attuali tendenze che riscoprono il concetto di soggettività e l’esigenza di lavorare con e su di essa appiattendola e banalizzandola in una sorta di soggettivismo eclettico. Davvero potrei dire che l’invito di Trevi al rigore rispettoso dei modi della conoscenza soggettiva dell’altro poteva essere espresso dalla massima gadameriana: «non ode, o ode in modo sbagliato, solo colui che ascolta costantemente se stesso».

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Il tempo affettivo del simbolo

di Angiola Iapoce
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 115-135

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Ecco, ora svaniscono i volti e i luoghi

con quella parte di noi che come poteva li amava.

Per rinnovarsi trasfigurati in un’altra trama.

T.S. Eliot

 

 

 

Non si può rendere conto della conoscenza psicologica di un soggetto se non partendo da alcuni punti, fondamentali, che non rappre­sentano i presupposti logici di qualsiasi discorso ma la condizione Continua a leggere ›

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Simbolo ‘vero’/simbolo ‘falso’: il dilemma clinico del simbolo diabolico

di Giorgio Caviglia
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 101-114

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Introduzione 

«La contrapposizione di segno e simbolo […] potrebbe essere applicata opportunamente alla dualità di destino e progetto». Così scrive Mario Trevi nel suo scritto su Il lavoro psicoterapeutico del 1993.

E ancora: «Il mio corpo, le disposizioni psichiche che forse eredito, la società che mi ospita e la cultura che tutto questo avvolge rappresentano il mio destino […]. Ma l’individuo in tanto è “mobile” in Continua a leggere ›

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