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La rivista “atque” continua la sua pubblicazione in formato cartaceo per i tipi di Moretti & Vitali di Bergamo, ma d’ora in poi gli articoli di tutti i fascicoli – esclusi quelli degli ultimi due anni – sono leggibili (in formato pdf) su questo sito e scaricabili in maniera completamente gratuita.

Sicché i fascicoli di “atque” dal 1990 (anno della sua fondazione) sino a quelli di due anni fa sono ad accesso libero e quindi aperti a ogni forma di ricerca, mentre gli altri hanno un “embargo”, per l’appunto, di due anni – naturalmente il formato cartaceo di tutti i fascicoli rimane disponibile presso le librerie (vedi “librerie amiche”) e ordinabile all’editore (ordini@morettievitali.it).

Essendo digitalizzato l’intero archivio storico, per individuare gli articoli e poterne fare le ricerche sia per autore che per parola chiave, basta consultare questo indice articoli e qualora interessi scaricare il file pdf, cliccare sul titolo.

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Inconscio e conscio in Dostoevskij

di Silvano Tagliagambe
«atque», 27-28, 2003, pp. 17-64

 

1. L”‘uomodel sottosuolo” e la logica a base riflessa

Di Fedor Dostoevskij, Freud se ne occupò nello scritto Dostojewski und die Vatertèitungl che si articola in due parti. Nella prima egli prende in esame, in modo specifico, l’ultimo romanzo del grande scrittore russo e riconducendone l’essenza al complesso edipico lo pone in relazione con altri due capolavori della letteratura mondiale- l’Edipo re di Sofocle e l’Amleto di Shakespeare – che hanno come argomento l’uccisione del padre compiuta dallo stesso protagonista o da altro individuo con cui quest’ultimo di identifica.Nella seconda prende spunto dall’irrefrenabile passione di Dostoevskij (altro…)

Il simbolo: orma del sacro

di Umberto Galimberti
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 41-60

A Mario Trevi, in occasione del suo ottantesimo compleanno,

dedico questo mio contributo sul simbolo,

oggetto delle sue incomparabili e radicali riflessioni.

E questo in segno di riconoscenza per il suo insegnamento (altro…)

Tra Adler e Freud rammentando Jung

di Gian Giacomo Rovera
«atque», 27-28, 2003, pp. 65-80

1. Quando nel 1902 il trentaduenne Adler (1870-1937) incontra il quarantasettenne Freud (1856-1939), Jung (1975-1961) ha ventisette anni e lavora con Bleuler al Burghölzli. In questo clima particolarmente creativo Freud è riconosciuto quale fondatore di una complessa teoria psicologica e psicopatologica, nonché di innovative metodiche psicoterapeutiche. L’originalità del suo pensiero, la ricchezza degli studi e il fascino esercitato dalla persona specie sui giovani colleghi è notevole. Il capostipite della psicoanalisi accomuna discepoli e genera dottrine in qualche modo compatibili fra loro, in quanto hanno una base dinamica comune che si dispiega in molteplici rami del sapere negli aspetti clinici, linguistici, simbolici, relazionali, culturali, artistici.Progressivamente, tuttavia, si (altro…)

Riflessioni sul simbolo in, e oltre, Freud

di Francesco Saverio Trincia
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 61-86

 

Intendo indagare quali siano il significato formale e la funzione del simbolo nella teoria freudiana del sogno. Lo farò nella forma più piana e più ‘ingenua’ possibile, seguendo il duplice criterio di circo scrivere l’esame ad alcune pagine (assumibili, con qualche prudenza, come esemplari nel senso di paradigmatiche) della Interpretazione dei sogni e dunque escludendo programmaticamente il grande numero di luoghi nei quali Freud parla di simboli e ne utilizza il concetto, e, d’altra parte, decidendo di concentrare l’attenzione sull’essenza ideale del simbolo, allo scopo di sottoporre a tensione critica quellà che si mostra con evidenza la sua funzione costitutiva. Questa sembra consistere nel rinvio a quell’altro da sé, cui esso ‘allude’ in virtù della sua strutturale dinamicità (altro…)

L’inconscio è il mondo. Jean-Luc Nancy legge Sigmund Freud

di Federico Leoni
«atque», 27-28, 2003, pp. 81-106

Nancy était un jour tombé en arret,

paralysé d’émotion devant!adite phrase de Freud

“Psyche ist ausgedehnt, weiss nichts davon”

Jacques Derrida (altro…)

La rimozione del simbolo

di Marco Innamorati
«atque», 1 n.s., 2006, pp. 87-100

 

L’idea che il simbolo sia il rimosso del nostro tempo è stata proposta da Mario Trevi in uno dei suoi libri più noti e citati, vale a dire in Metafore del simbolo. Il presente scritto trae la propria ispirazione da tale idea e intende offrire un argomento a favore della sua plausibilità a partire da una riflessione storico-critica sul pensiero psicoanalitico. La tesi di fondo di chi scrive è che la storia del main­ stream psicoanalitico postfreudiano mostri un’apertura progressiva – sensibile quanto inconsapevole – alle istanze critiche del progetto della psicologia analitica, salvo ignorare completamente la concezione junghiana del simbolo. Si vorrebbe sostenere che questo fenomeno non sia privo di ragioni e proporre una spiegazione che comunque, essendo le premesse non certe, (altro…)

Da Jaspers a Jung. Il ripensamento dell’esperienza come base della teoria clinica

di Maria Ilena Marozza
«atque», 22, 2000, pp. 125-150

 

La storia del pensiero psicologico ci ha consegnato una divaricazione radicale, di metodo e d’oggetto, tra le due più profonde, intense e innovative teorie che hanno dominato la ricerca psicologica del XX secolo. Fenomenologia e psicoanalisi hanno sviluppato autonome visioni del comprendere psicologico appoggiate a prospettive epistemologiche e a concezioni antropologiche senz’altro incompatibili.

Semplificando, forse eccessivamente, potremmo dire che lo scalino che separa il procedimento fenomenologico da quello analitico è l’atteggiamento verso la comprensione dell’esperienza psichica, in (altro…)

Tabù, paure e soggettività. Un percorso antropologico

di Claudia Mattalucci
«atque», 23-24, 2001, pp. 73-94

In uno dei suoi saggi, Michel de Montaigne osservò come la paura, la “strana passione” che alternativamente mette le ali ai piedi o paralizza, non colpisca soltanto il volgo ma anche i guerrieri più valorosi. E se essa è comprensibile presso l’uomo comune, per il quale il mondo è popolato di fantasmi, morti viventi, lupi mannari, folletti e altre chimere, sorprende che anche gli eroi, i soldati e i gentiluomini possano esserne preda. La paura ottunde le loro qualità distintive: la prontezza, il coraggio, l’onestà e la capacità di giudizio. L’addestramento militare e la cultura non sono dunque di per sé sufficienti a mettere al riparo gli uomini da questa passione capace d’avere la meglio sugli altri sentimenti e sulla ragione stessa. Talvolta, afferma l’autore, i privilegi sono fonte di paura e (altro…)

Note su Per la critica della psicoanalisi di Karl Jaspers

di Vania Berlincioni e Enrico Petrella
«atque», 22, 2000, pp. 151-164

 

L’avversione di Karl Jaspers per la psicoanalisi trova espressione in vari luoghi delle sue opere, ma è sinteticamente puntualizzata in modo definitivo in un breve e veemente scritto del 1950. Il saggio si intitola “Per la critica della psicoanalisi”. Jaspers sessantasettenne, celebrato esponente del pensiero filosofico europeo e insieme celebre ideatore della Psicopatologia generale, offre in omaggio questo saggio al neuropsichiatra tedesco Hans W. Gruhle, in occasione del suo set­tantesimo compleanno. Il lavoro fu pubblicato su “Nervenartz”, e può essere letto in italiano nella raccolta jaspersiana Il medico nel!’età della tecnica (1986). In questo succoso volumetto è associato agli scritti sulla psicoterapia, estratti dalla sua Psicopatologia generale, e ad altri tre saggi sulla medicina e (altro…)

Ansia, paura e panico tra psicologia e neurofisiologia

di Amedeo Ruberto e Antonella Leonelli
«atque», 23-24, 2001, pp. 95-108

Come già accade per moltissimi termini di natura specialistica, anche per “ansia”, “paura” e “panico” l’uso popolare sviluppa significati per lo più generici e confusivi, con ampie aree di sovrapposizione e immancabili difficoltà di comprensione. Che il problema ci sia e che si estenda ben oltre il senso comune e il quotidiano colloquiare, si capisce anche dalle difficoltà che s’incontrano nella somministrazione (e, ovviamente, ancor più nell’autosomministrazione) di scale di valutazione in cui si chiede “quanto spesso si è stati ansiosi” supponendo, forse troppo ottimisticamente, che chi risponde sappia con chiarezza di cosa si sta parlando. Poiché, d’altra parte, è pur vero che non si può chiedere ai soggetti intervistati di attenersi nelle risposte ai criteri del (altro…)