Ma il guajo è che voi, caro, non saprete mai, né io vi potrò
mai comunicare come si traduce in me quello che voi dite.
Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la
stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e
voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E
voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’acco
glierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbia
mo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto.
PIRANDELLO, Uno, nessuno e centomila, 1925.
Noi dunque (tu almeno lo ammetti) stiamo conversando.
Ciascuno di noi cerca, volta a volta, di capire l’altro, cioè
di mettersi dal punto di vista da cui l’altro vede le cose, ri
costruendo il meglio possibile la sua visione, e di farsi capi
re dall’altro, cioè di condurre l’altro ad assumere l’angolo
visuale suo, a rifare in sé ilsuo mondo d’esperienza, a vede
re come lui. In questo a/temo sforzo del capire, dell’inter
pretare e del comunicare, è il linguaggio: per lo meno in
quanto conversazione, colloquio, dialogo.
- CALOGERO, Filosofia del dialogo, 1962.
Weare well on the way to see conversation as the ultimate
context within which Knowledge is to be unterstood.
R. RORTY, Philosophy and the Mirror of Nature, 1979.
Il telefono serve a tutti: comunica, non conversare.
Da una réclame della Sip, 1983.
