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I saggi inviati devono essere conformi alle “Norme redazionali” della rivista.

I saggi vanno inviati a: redazione@atquerivista.it

I saggi ricevuti, in conformità alle norme redazionali, saranno selezionati secondo il metodo peer review (vedi “Comitato di lettura”).

La redazione prenderà contatto con gli autori dei saggi.

 

 

Atque. Materiali tra filosofia e psicoterapia

Nuova serie n. 24 – anno 2018

 

Critica del “vissuto”

A cura di Fabrizio Desideri e Paolo Francesco Pieri

 

Termine di presentazione delle proposte: dicembre 2018

 

Questo fascicolo intende criticare l’idea di “vissuto” come accesso privilegiato alla mente e, confutando le nozioni di io e di soggettività che tale idea veicola, intende evidenziare come l’individuo sia fondamentalmente un teatro di processi oggettivi, dove i relativi significati (à la Wygosky) vengono costituiti in modo congiunto dai partecipanti nel corso dei progetti che vengono concretamente ad accadere all’interno dei sistemi delle norme collettive.

Con questa critica si vuole non già negare gli enti o gli stati mentali bensì far uscire dalla sterile separatezza in cui finirebbero col trovarsi: lo spiegare e il comprendere, il quantitativo e il qualitativo, la natura e la cultura, i fatti e i valori, l’esteriore e l’interiore, il tempo esteriore e quello interiore, la superficie e il profondo, l’ordinamento oggettivo e quello soggettivo del passato. E facendo decadere tali distinzioni apparentemente alternative, si vuole per l’appunto mostrare il loro vivo coinvolgimento e la loro reciproca (co)determinazione, come accade quando le cose si diano a vedere da un punto di vista sistemico.

Allontanandoci criticamente dalla separazione tra scienze della natura e scienze dello spirito, e dal contesto coscienzialistico della fenomenologia di Husserl, intendiamo affrontare una serie di questioni che nella vita collettiva, nella vita privata e in quella “cura parlata” che è il trattamento psicoanalitico, sono tra loro intrecciate, per esempio: la storia, la memoria, l’esperienza e il linguaggio.

 

  1. Le Erlebnisse soggettive sono ciò a cui può essere ricondotta la storia (anche la storia di ciascuno di noi)? Oppure la storia (come ci ricorda Benjamin, con la sua fondamentale opposizione tra Erlebnis ed Erfahrung) è qualcosa di corposamente esteriore e anteriore a ogni vissuto, così da tessere la trama di ogni umana esperienza?

  2. L’Erlebnis nasce dal costituirsi della memoria volontaria e quindi fa riferimento alla memoria come esercizio attivo e consapevole? Oppure dal carattere non intenzionale del rammemorare (da quanto Proust chiama “memoria involontaria”) emerge una dimensione del passato e della sua persistenza che confina necessariamente con l’Oblio? Se sì, allora il fissarsi sul vissuto come contenuto privilegiato della soggettività potrebbe anche significare un dimenticare il rapporto tra passato e oblio, configurandosi come il prodotto di un distacco dell’io dal corso storico e quindi la conseguenza di una dissociazione tra tempo interiore e tempo esteriore. E se addirittura ritenessimo una memoria capace di rammemorare l’oblio (come già perfettamente visto da Agostino) si mostra capace di restituirci la verità del vissuto e magari, insieme a questo, ci consegna un ordinamento oggettivo, quanto precario, del passato, non avremmo ancora da considerare – seguendo Freud dopo il Benjamin che rilegge Proust – il passato dell’Erlebnis (il nostro passato) si risolva in una “reliquia secolarizzata”?

  3. L’esperienza è ancora interamente pensabile come un’“esperienza vissuta” e quindi come un’esperienza che la coscienza registra e il soggetto può in qualunque momento richiamare volontariamente a sé? E seppure accadesse (come talora può accadere – e non solo nelle nevrosi traumatiche e negli stati d’angoscia) che i materiali dell’esperienza giacciano nella sfera per così dire ipnotica di un Erlebnis unico, non ci sarebbe da immaginare che così essi sussistono solo come “impronta mnestica” – con la condanna a una mitica ripetizione che ingloba ogni possibile apertura al nuovo? Ma allora, perché non pensare l’esperienza non già come “esperienza vissuta” bensì come ’“esperienza segreta” attraverso cui il soggetto storicamente e concretamente emerge, sicché di volta in volta i vari materiali – in modo spontaneo e involontario – si danno nell’esperienza ordinaria dell’Erfahrung? E, proseguendo in questa direzione, perché non far riferimento a una “memoria emancipativa” che ricoprendo una funzione primaria non già dell’io bensì del sé, sia quella forma di esperienza che da sola permette una connessione dell’esteriore con l’interiore?

  4. Evocare l’Erlebnis, senza averlo ripensato adeguatamente, non è forse far ancora segno al “mito dell’interiorità” (J. Bouveresse) e quindi esibire la volontà di stare nel “mito dell’indescrivibilità”, per cui una qualche nostra esperienza, non sarebbe che uno stato mentale, un processo interno e un vissuto soggettivo relegati nella profondità dello psichico, descrivibili soltanto da chi abbia compiuto una simile esperienza in prima persona? E perché, invece, non riuscire ad andare oltre la mera interiorità e la sua indescrivibilità? Magari pensando ancora a una descrivibilità del vissuto interiore, fondata non tanto sulle “cause”, quanto sulle “ragioni”, sulle ragioni linguisticamente articolate di cui parla Wittgenstein? Per questa via si potrebbe ricevere ancora degli stimoli da questo pensatore sia quando chiede che nell’analisi degli stati mentali e dei fenomeni che siamo portati a considerare psicologici e mentali (in una parola interni) venga abbandonato l’approccio dogmatico e riduzionista sia quando, negando vuoi l’ineffabilismo delle emozioni vuoi il comportamentismo di un interno senza esterno, invita a ripensare il modo in cui, grammaticalmente parlando, l’interno e l’esterno vengono di volta in volta a dispiegarsi e ad articolarsi, quasi manifestando il profilo musicale del nostro stesso agire linguistico così come dei nostri silenzi, dei nostri gesti e delle nostre espressioni facciali.

 

Gli autori possono inviare articoli alla rivista ad almeno uno dei seguenti indirizzi:

 

fabdesideri@unifi.it e paolofrancescopieri@gmail.com

 

La pubblicazione è prevista in lingua italiana. I lavori sottoposti – compilati secondo le norme redazionali – possono giungere fino al 31 dicembre 2018 con un estratto di cento parole e un elenco di cinque-dieci parole chiave (entrambi sia in italiano che inglese).

 

 

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