Call for papers

Call for papers

I saggi inviati devono essere conformi alle “Norme redazionali” della rivista.

I saggi vanno inviati a: redazione@atquerivista.it

I saggi ricevuti, in conformità alle norme redazionali, saranno selezionati secondo il metodo peer review (vedi “Comitato di lettura”).

La redazione prenderà contatto con gli autori dei saggi.

 

 

Atque. Materiali tra filosofia e psicoterapia

Nuova serie n. 25 – anno 2019

 

Il mito dell’empatia

A cura di Fabrizio Desideri e Paolo Francesco Pieri

 

Termine di presentazione delle proposte: dicembre 2019

 

Questo numero di Atque intende sottrarsi alla retorica che connota oggi il discorso sull’empatia. Anzitutto ricordando che tale nozione e la discussione intorno al problema che implica è relativamente recente (se per recente si possono intendere circa centotrenta-centoquaranta anni). Si potrebbe addirittura sostenere al riguardo che l’empatia è in sostanza un’invenzione moderna se non addirittura tardo-moderna, nella quale non può essere trascurato il ruolo decisivo che vi svolge la traduzione del termine tedesco Einfühlung: da Einfühlung (il cui primo uso è fatto risalire a Herder) a empathy (a opera di Edward Titchener, un’allievo inglese di Wilhelm Wundt) fino all’italiano empatia. I dizionari a questo punto riconducono il lemma alla sua origine greca: empatia non sarebbe altro che il calco di empatheia. Mai come in questo caso, però, la somiglianza fonetica cela profonde differenze storico-semantiche che meritano di essere indagate.

Si potrebbe sostenere al riguardo che la stessa storia della nozione di empatia, nel quadro storico dei differenti significati che investono le sue diverse forme linguistiche, presenta almeno due fondamentali accezioni: quella tardo-antica e quella moderna e ultramoderna (corrente).

Nell’accezione tardo-ellenistica, “empatia” indica un movimento dell’anima dal suo esterno al suo interno. Nell’accezione moderna e contemporanea, indica invece un moto psichico di carattere unidirezionale che investe un me senza nome, per quanto incarnato, che si volge verso un altro Io altrettanto anonimo. E ciò sino a veicolare l’idea di un moto psichico di carattere circolare che dando luogo a una simmetria tra il me e un altro Io, viene a costituire gli stessi in un circolo simpatetico. C’è da considerare che la sua particella “en”, nella prima accezione, sottolinea la dimensione patetica che caratterizza la sensibilità psichica; in quanto espressione di una potenza ‘estranea’ che entrando in contatto con l’anima la altera. E nella seconda accezione, segnala invece il riferimento dinamico di un Sé con un altro Sé, finendo con l’indicare un senso proiettivo e finanche fusionale della propria anima con quella altrui.

Con questo numero, Atque intende indagare tutto questo. E come dal senso greco di empatheia come esperienza psicoestetica sotto il segno della passività e quindi tendenzialmente psicopatologica (Plutarco, Plotino, Galeno, Aristotele), si sia potuti passare alla moderna Einfühlung come atteggiamento intenzionale estetico-psichico che dispone tout court alla comprensione dell’altro per via intraemozionale – sino ad assurgere, nella vulgata, a modello di rapporto umano. E intende altresì interrogarsi se in un’analisi approfondita della stessa esperienza dell’Einfühlung non risuoni ancora il timbro semantico dell’antica empatheia.

Le domande che ci proponiamo intorno al problema, possono essere le seguenti e tra loro correlate:

1) Che ci sia la possibilità di una relazione empatica come immedesimazione nel sentire dell’altro e che quindi sia possibile un accesso privilegiato alla mia esperienza interna non sarebbe un falso mito? E questo mito non si alimenterebbe forse dell’idea che io possa disporre di una diretta comprensione e di un’immediata certezza del mio stato interno e dei miei sentimenti? Ovvero non è un falso mito immaginare una mia capacità di comprendere lo stato interno e i sentimenti dell’altro proprio per il fatto che sentendoli dall’interno posso riviverli? E ancora, un tale mito non sarebbe l’erede di quella prospettiva internalista che considera vera la conoscenza fondata non già su processi affidabili derivanti dall’esperienza esterna, bensì su esperienze interne del soggetto. E per un altro verso, l’affermarsi ingenuo di un tale mito non finirebbe con l’oscurare la differenza necessaria alla definizione di Sé che intercorre tra dimensione a priori della coscienza e dimensione fenomenica emotiva?

2) In altre parole, il darsi di una teoria forte della relazione empatica come immedesimazione nel sentire dell’altro non sarebbe sempre erede della riducibilità della coscienza a una spiegazione naturalistica? Quando ci sarebbe invece da ritenere che rispetto alla coscienza il pensiero ha da assumere la dimensione dell’ascolto? E sarebbe ancora oggi possibile far riferimento alla teoria estetico-psicologica che sulla scia di Robert Vischer e Johannes Volkelt, propose Theodor Lipps? Come sappiamo lì si invitava a considerare l’Einfühlung come impulso a trasferire nell’oggetto (artistico) le proprie emozioni. E propugnando una teoria dell’esperienza artistica tutta interna alla soggettività egoica, si giungeva a dilatare tale comprensione intrapsichica per farne un modello della comprensione interpsichica. Sarebbe ancora possibile ereditare, senza adeguatamente ripensare, la teoria generale della modalità comprendente di Wilhelm Dilthey? Come si potrebbe ancora designare con il termine Einfühlung, come egli faceva, una vera e propria penetrazione del contenuto psichico di un altro, talché l’Io potendo venire a ritrovarsi nel Tu, era in grado di accedere all’Erlebnis, al vissuto di altro?

3) Perché non provare a riflettere ancora più profondamente sul rapporto tra Einfühlung e alterità?

Innanzitutto, rammentando che a proposito della comprensione storica, l’Einfühlung come fusione interpsichica fu già problematizzata sul piano epistemologico da Georg Simmel. Egli infatti sostenne che una tale nozione andasse criticata sia attraverso la concezione del mutamento sociale, sia pensando all’ineludibile abisso che intercorre tra l’io e il non io. Sicché rivendicò il carattere irriducibile dell’alterità davanti a ogni tensione vorace che l’io potesse attraversare.

E secondariamente, ricordando come lo stesso Husserl abbia comunque liberato l’Einfühlung dal suo oscillare tra proiezione (mimetico-estetica) e fusione (psico-spirituale). Nonostante l’Einfühlung mantenesse il tratto di una prestazione psichica che attiene alla intenzionalità della coscienza, con questo pensatore la struttura monadica dell’Io veniva caratterizzata da una originaria relazione percettiva con il mondo, per cui non veniva immaginata senza finestre: per un verso, la soggettività cosciente era per così dire l’effetto dell’esperienza; e per un altro, nella sfera del proprio permaneva uno strato del mondo dell’oggettività, quale espressione dell’irriducibile correlato della intenzionalità della coscienza. Si può allora dire che nell’analisi dell’esperienza dell’Einfühlung di Husserl, risuoni ancora il significato dell’antica empatheia? Tra l’altro, il suo “sentire-in” sarebbe sì un sentire dentro l’altro, ma solo nel modo del “come se”: sarebbe il darsi di una traccia interna alla soggettività egoica che porta l’intenzionalità a una soglia critica dove attività e passività vengono simultaneamente a dispiegarsi. D’altronde, ammettendo che l’esercizio dell’empatia inaugurava ogni comprensione, egli riconobbe che il darsi della relazione tra coscienza e senso non coincideva affatto con la sfera dell’intenzionale.

4) La passività che accoglie il patire, ovvero l’essere affetti dall’affetto dell’altro, può essere davvero sottratta all’alternativa tra proiezione e fusione? E se sì, come? Forse dismettendo l’idea che coscienza e sentire siano la stessa cosa? E insieme a questo magari pensando che tra dimensione percettivo-estetica e dimensione intellettuale della coscienza, ci sia il costituirsi di una originaria relazione, dove l’empatia svolge un funzione decisiva? In una tale prospettiva l’empatia sarebbe allora da intendere in senso radicale: vale a dire come quella esperienza che essendo sottratta sia alla coscienza, sia all’autosufficienza dell’intenzione, sia a ogni tipo di progetto, non sarebbe che un sentire – giunto al grado zero dell’accogliere. Per questa via, la passività che accoglie il patire, oltrepasserebbe la proiezione e la fusione proprio perché l’alterità che viene accolta, sarebbe da assumere come traccia non già dell’ego, bensì del Sé: una traccia di quella che, per dirla à la Nietzsche, è “la grande ragione del corpo”, che ogni ego precede.

 

Gli autori possono proporre il proprio contributo ad almeno uno dei seguenti indirizzi:

 

fabrizio.desideri@unifi.it e paolofrancescopieri@gmail.com

 

La pubblicazione è prevista in lingua italiana. I lavori sottoposti – compilati secondo le norme redazionali – possono giungere fino al 31 dicembre 2019 con un estratto di cento parole e un elenco di cinque-dieci parole chiave (entrambi sia in italiano che inglese).

 

Ricerca Fascicoli e Articoli
Tipo
Anno
Fascicolo