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Atque. Materiali tra filosofia e psicoterapia

Nuova serie n. 28 – anno 2021

 

Al grembo delle parole.
L’esperienza estetica nella talking cure

A cura di Maria Ilena Marozza e Paolo Francesco Pieri

 

Termine di presentazione delle proposte: settembre 2021

 

Questo fascicolo di Atque torna a riflettere su quella pratica di cura che definiamo talking cure, a partire dalla brillante definizione di Anna O., alla luce di alcuni argomenti ampiamente dibattuti nei fascicoli di Atque pubblicati in questi ultimi anni.[1]

Per certi versi, la talking cure dei nostri giorni tende sempre più a riconoscersi in una dimensione performativa, valorizzando le azioni, le trasformazioni, i passaggi che si compiono nella pratica linguistica, avendo ormai quasi del tutto abbandonato sfondi più concretistici o rimandi ad altri livelli di realtà che diano senso all’attuale. E tutto ciò conduce di necessità a ricercare una migliore capacità descrittiva dell’esperienza e della sua attualità, ma anche, approfondendo in senso critico il concetto stesso di esperienza, a giungere al grembo delle parole.

Per questo intendiamo parlare di estetica della talking cure accogliendo anche la proposta di Emilio Garroni ben sviluppata da Fabrizio Desideri, di guardare all’estetica non più come una disciplina speciale, ma come una riflessione critica sulle condizioni di senso dell’esperienza, volta a esplorarne la grande complessità. Lo “sguardo-attraverso”, mutuato da Wittgenstein nel tentativo di descrivere quel modo paradossale di vivere dentro l’esperienza mettendola contemporaneamente in questione dall’interno, esprime molto bene il processo di pensiero che accompagna costantemente la pratica della talking cure, almeno quando essa si ponga criticamente in discussione relativamente ai modi del suo farsi.

Assumere questo vertice di riflessione fa sì che alcune questioni che hanno attraversato le concezioni della talking cure possano essere presentate in modo molto diverso, tanto da delineare un nuovo contesto riflessivo della sua teoria della clinica.

 

In primo luogo potrebbe perdere di consistenza sia la prospettiva internalista che ha inteso la mente come un fenomeno osservabile e spiegabile scientificamente al pari degli altri fenomeni, sia la prospettiva internalista che, con la sua classica distinzione tra mondo interno e mondo esterno, ha trascinato con sé presunte autonomie del mentale, e relativi accessi privilegiati, acritici riduzionismi e causalismi derivativi.

 

In secondo luogo, il “primato dell’esperienza” potrebbe rivelarsi uno strumento fecondo per ripensare criticamente il “primato del linguaggio” che ha dominato decenni di riflessioni sulla talking cure: non certo nel senso di una sua messa da parte – ché il linguaggio, una volta acquisito, non può più essere ignorato, proprio per gli spazi intersoggettivi e le operazioni simboliche che consente – ma nel senso di una valorizzazione della complessità e della difformità delle dimensioni interagenti nell’esperienza.

 

E potrebbe, in terzo luogo, essere utile tornare a riflettere sulla proposta che ci arriva da due autori come Emilio Garroni e Fabrizio Desideri, dove si pensa una correlazione molto stretta tra percezione e linguaggio, come dimensioni che, pur avendo origini, strutture, temporalità e finalità diverse, si sviluppano in un gioco interattivo, in cui il passaggio dall’indeterminatezza pre-linguistica verso definizioni più specifiche si avvale continuamente di una costitutiva, feconda reciprocità.

 

Si potrebbe riflettere, in quarto luogo, su come, nella pratica della talking cure, siano sempre in gioco le componenti percettive ed emotive che attengono non già ai processi intenzionali (consci) bensì ai processi attenzionali (inconsci): e già questo può essere un rovesciamento dell’euristica della cura, non foss’altro che nel privilegio assegnato a una modalità di comprensione inscindibile dalle implicazioni percettive ed emozionali specifiche del presente attuale. E tutto ciò non implica, seguendo per un certo verso la pista di Merleau-Ponty, l’abbandono del primato assegnato a un mondo interno rappresentazionale, a favore piuttosto dell’interfaccia percettiva, e di tutta la sua enorme complessità?

 

In quinto luogo, si potrebbe considerare come, in questo gioco interattivo e diversamente espressivo di percezione e linguaggio, l’oggetto resti comunque un termine che opponendo resistenza, non si lascia completamente prendere, svelare, esprimere o rappresentare, per cui lascia sempre qualcosa da dire, o forse anche qualcosa che non si può dire. Come allora pensare questo resto nella nostra talking cure? Come ci provoca nella ricerca di un’ulteriorità del discorso, nella ricerca di un non-ancora? Possiamo intenderlo, à la Wittgenstein, come quell’inesprimibile che costituisce lo “sfondo sul quale ciò che ho potuto esprimere acquista significato”? Oppure potremmo, à la Jankélévitch, distinguere un indicibile che “allude alla desolazione e al silenzio della morte” da un ineffabile su cui “c’è infinitamente e ineusastivamente da dire”? Oppure, ancora, à la Desideri, potremmo intenderlo come rinvio a quelle emozioni che, proprio perché si esprimono in forma sub-intenzionale, “non possono mai tradursi nell’orizzonte cognitivo”? E questo argomento non ci avvicina forse a ripensare che il grado intellettuale della mente (l’Io) si trova in dialettica connessione con la mente come coscienza estetica (il Sé), e quindi in modo più congruo con la performatività della talking cure?

 

Per questa via, si potrebbero, in sesto luogo, esplorare quegli ambiti dell’operare clinico in cui ci si confronta più direttamente con i limiti del rappresentabile, e con quelle feconde differenze che si aprono tra quanto può essere detto nel linguaggio e quanto può essere espresso nella sensibilità che lo accompagna. In questo senso forse è proprio la voce l’aspetto che meglio esprime l’intersecarsi di piani nella costituzione di una comprensione innescata più dal contesto emotivo-percettivo che dall’interpretazione cognitiva. Così come potrebbe essere utilmente ripensato uno dei riferimenti più comuni nella pratica psicoterapeutica, l’empatia, valorizzandone l’appartenenza ai fenomeni passivi tipici della recettività prerappresentazionale corporea. E questa impostazione non potrebbe aprire verso una visione critica di uno dei cardini della psicologia fenomenologica, il concetto di vissuto, per lo meno nelle sue versioni più coscienzialiste o rappresentazionali?

 

Infine, in settimo luogo, potrebbe essere opportuno confrontarsi con una concezione dialettica soggetto-oggetto che emerge operativamente dalla prassi estetica, così come dalla riflessità che su di essa si insedia. Sicché emerge una soggettività dai confini aperti, fluttuanti, che si costituisce ai limiti della capacità sensibile, come interfaccia sé-mondo; una soggettività che continuamente si confronta con una funzione riflessiva, legata alla costituzione di un’autocoscienza capace di definire, limitare, designare. Una soggettività, dunque, che si esprime pienamente nel gioco interattivo di sensibilità e linguaggio.

 

[1] I fascicoli di Atque maggiormente dedicati a questi argomenti sono: Corpo-linguaggio, 6-7 ns, 2009; La parola che immagina, 14 ns, 2014; Il lavoro delle emozioni, 17 ns, 2015; Opacità dell’oggettuale, 18 ns, 2016; Il suono della voce, 20 ns, 2017; Volontà. Una sfida contemporanea, 21 ns, 2017; Critica del vissuto, 23 ns, 2018; Il mito dell’empatia, 25 ns, 2019

 

Gli autori possono proporre il proprio contributo ad almeno uno dei seguenti indirizzi:

 

mariailena.marozza@gmail.com   paolofrancescopieri@gmail.com 

 

La pubblicazione è prevista in lingua italiana. I lavori sottoposti – compilati secondo le norme redazionali – possono giungere fino al 30 settembre 2021 con un estratto di cento parole e un elenco di cinque-dieci parole chiave (entrambi sia in italiano che inglese).

 

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