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Atque. Materiali tra filosofia e psicoterapia

Nuova serie n. 26/27 – anno 2020

 

Sui volti dell’autorità

A cura di Fabrizio Desideri e Paolo Francesco Pieri

 

Termine di presentazione delle proposte: dicembre 2020

 

Si deve ammettere che l’epidemia da COVID-19, con la sua tendenza a diffondersi rapidamente e a più riprese, attraverso tutti i continenti, ha indotto a introdurre drastici cambiamenti nei nostri modi di vivere con gli altri e nello stesso rapporto con noi stessi.

Nel contesto di contagio pandemico in cui ci siamo venuti a trovare, abbiamo innanzitutto subìto una ferita narcisistica percependo la nostra fragilità umana insieme alla consapevolezza che non siamo gli unici esseri viventi e che non possiamo continuare a considerare il nostro stile di vita come l’unico possibile.

Appunto l’inedita condizione di pericolo in cui ci siamo trovati ha sottoposto i modi di vita cui eravamo abituati a un drastico ridimensionamento e alla necessità di ascoltare e spesso a seguire, volenti o nolenti, quanto proveniva da voci autorevoli, sia da quelle che all’autorità univano il potere sia da quelle la cui autorità proveniva dal sapere (le figure degli esperti: medici, scienziati, virologi, fisici ecc. sia in veste individuale sia in veste di comitati tecnico-scientifici).

 

È perciò nostra intenzione, con questo fascicolo di Atque, domandarsi quale funzione abbiano nelle nostre vite i vari tipi di autorità e quale sia il gioco ottico dove compaiano quei volti che intanto incarnano questa figura. Si intende così raccogliere studi, pensieri, riflessioni, interrogativi e financo provocazioni sull’oggi dell’autorità e sul senso della sua permanenza nelle nostre “forme di vita”, per esprimerci con Wittgenstein.

 

Discutere oggi dell’autorità è sommamente difficile, dal momento che questa figura, nelle sue diverse incarnazioni politiche, religiose, istituzionali e sociali, ci si impone nel cuore di una crisi epocale e tale da mettere sottosopra il bagaglio di certezze e abitudini sul quale ci eravamo adagiati negli ultimi decenni. Quel concetto di autorità (di auctoritas) che fino a poco tempo fa ci sembrava in declino o in un processo di inarrestabile decadimento, adesso ci si impone anche al di là di ogni nostra adesione intenzionale. Così la sua stessa crisi, come ogni altra, può incorporare “fermenti non ancora conoscibili” una volta liberata dai “fermenti cultuali”, con cui per l’appunto la tradizione la identificava. Può essere insomma un passaggio per qualche verso salutare, almeno dal punto di vista riflessivo o cognitivo.

Al punto che ci si può anche chiedere come sia possibile alleggerire l’autorità dal peso della storia – con il relativo complesso di mediazioni, interpretazioni e rapporti di potere. E ciò perché le cose e le persone proprio solo perdendo la loro “saturazione” diventano permeabili, e nella “porosità” che finiscono col mostrare, divengono effettivamente percepibili – testimoniando nel contempo la storia degli sguardi che nel corso del tempo le hanno investite.

 

La domanda cruciale da cui partire è, in altri termini, se sia possibile pensare l’autorità non tanto in sé e per sé, quanto nei suoi volti, riconsegnandola alla dialettica sia percettiva sia cognitiva che ogni volta dispiegandola la istituiva. In tal modo, l’autorità non sarebbe immediatamente né nel padre, né nel maestro, né nel medico, né nelle cose che questi dicono. L’autorità sarebbe piuttosto nel volto del padre, nel volto del maestro, nel volto del medico e nel volto delle loro stesse cose. In quei volti che vengono all’espressione all’interno di quello che potremmo chiamare un gioco di sguardi. In un gioco che da solo sarebbe capace di instaurarla, e insieme di intrecciarci ad essa – in quella adesione e in quella distanza che si danno nella concreta esperienza in cui ogni volta ci si trova.

 

Non è forse solo una tale esperienza ciò che istituisce simultaneamente un padre e un figlio, un maestro e un allievo, un medico e un paziente? E non è proprio per il dispiegarsi in un complesso di percezioni che il padre, il maestro, il medico e le cose che dicono possono recare il contrassegno dell’autorità, o meglio rivestirsi della maschera dell’autorità, impersonandola?

Pensandola nella forma di un vero e proprio involucro, l’autorità non atterrebbe più a una essenza che si disvela, né sarebbe l’effetto di una prospettiva. Essa avrebbe piuttosto a che fare con la stessa singolarità del suo modo di apparire nella nostra esperienza – per quanto possa trasformarsi psicoanaliticamente (e non solo) in una “fissazione” eterna e atemporale, ma una volta così intesa sarebbe in vario modo da interrogare.

 

Comunque l’autorità è tale, quando è pura. Ovvero allorché viene in esercizio senza violenza e legittimamente. È vero che l’autorità è il prodotto di una forza che catturando la nostra attenzione e quindi accadendo prima di ogni nostra intenzione, ci espropria e si impadronisce involontariamente di noi. Ma solo sapendo esporsi sempre alle verifiche e le critiche, l’autorità (la pura autorità) saprebbe mostrare, per varie vie, di poter essere riconosciuta legittima – ma non per questo unica, ultima e assoluta.

 

In questo fascicolo che immaginiamo come una discussione sulla autorità ma anche sulle regole, non potrà mancare una qualche riflessione sulla nostra infanzia antropologica, e non meramente biografica. Ovvero su quella dimensione che ci pone costantemente in debito verso le autorità e le “credenze”, che ogni volta veniamo implicitamente a riconoscere.

Come ci ricorda Wittgenstein quando fa un’incursione nella “psicologia evolutiva”, noi “incorporiamo” sempre dei concetti, nel senso che con le nostre forme di vita stiamo sempre assimilando regole e regolarità, fino a che esse si trasformano in immagini che informano la nostra mente e si traducono in abiti e comportamenti. Con la conseguenza che avremo da considerare falsi ideali sia la nostra totale autonomia, sia la piena padronanza razionale della nostra esistenza e del linguaggio che usiamo – essendoci stato trasmesso, e avendolo potuto accogliere con una certa passione.

 

D’altra parte, non potrà neanche mancare una riflessione sul fatto che le regole mutano insieme al mutare delle esigenze e delle condizioni di vita. Ovvero ci sarà modo di pensare come le regole siano immanenti, per cui il “seguire una regola” è ciò che – accadendo nella prassi – rinvia alla vita e all’impertinenza e imprevedibilità del suo mutare e delle sue dinamiche. Facendo una distinzione tra il movimento dell’acqua nell’alveo del fiume e il suo possibile spostamento, Wittgenstein osserva che come l’alveo del fiume si può spostare sotto la pressione dell’acqua, così le regole possono mutare sotto la pressione dei bisogni che le nostre pratiche sociali quotidianamente veicolano.

E non è poi di questo (anche di questo) che l’irruzione della pandemia da COVID-19, con i vari volti dell’autorità che ci sfilano davanti, ci fa fare esperienza?

 

Gli autori possono proporre il proprio contributo ad almeno uno dei seguenti indirizzi:

 

fabrizio.desideri@unifi.it   paolofrancescopieri@gmail.com

 

La pubblicazione è prevista in lingua italiana. I lavori sottoposti – compilati secondo le norme redazionali – possono giungere fino al 31 dicembre 2020 con un estratto di cento parole e un elenco di cinque-dieci parole chiave (entrambi sia in italiano che inglese).

 

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I saggi inviati devono essere conformi alle “Norme redazionali” della rivista.

I saggi vanno inviati a: redazione@atquerivista.it

I saggi ricevuti, in conformità alle norme redazionali, saranno selezionati secondo il metodo peer review (vedi “Comitato di lettura”).

La redazione prenderà contatto con gli autori dei saggi.

 

 

 

 

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